Un giardino ditteo
Finzione ispirata a fatti e posti storici reali

I Minoici non giocavano con la fine del mondo. Nati sull’isola di Creta in mezzo al Mediterraneo, ne sapevano qualcosa: l’isola vicina Thera (l’antica Santorini) era esplosa, degli tsunami avevano travolto i palazzi sulla costa ; in altri tempi Thetys aveva partorito dal Mediterraneo e la stessa Creta era nata dalla frammentazione dell’Egeo in seguito all’insurrezione delle Alpi. Platone e Omero non erano nemmeno nati.

I Minoici non giocavano con la fine del mondo, quindi bevevano con umiltà quello che più tardi i Greci chiamarono il “té dei Titani” un infuso di Malotira (male+togliere) (Sideritis syriaca) e di dittam afrodisiaco (Origanum dictamnus) che ancora crescono sui fianchi dei Monte Dittei ;

organizzavano dei giochi e delle feste che li rendevano felice ; godevano il pane fresco impastato con la farina di grano Triticum durum, accompagnato da olive (Olea chrysophilla) della valle di Kairatos, di melograni (Punica granatum) arrossate nella gola di Arvi, di mele di Cydon ( Cydonia oblonga) le stesse del Giardino dell’Eden ; amavano cantare e avventurarsi in mare e anche credere che potrebbero -forse- organizzare meglio il mondo, ricreando attraverso le dee e i loro idoli : l’Universo cosmico.
In effetti, adoravano una dea-madre, sovrana delle forze creative  e della Rigenerazione, una delle più antiche concezione di divinità nel Mediterraneo.
Quindi, uomini donne ragazzi andavano regolarmente sulle alture dell’isola dove erano stati costruiti dei santuari (chiamati santuari montani); li depositavano offerte e centinai di figurine votive di argilla che, esposte al sole e al cielo immenso, farebbero in modo di evitare il caos. Insomma, farebbero il loro meglio.

I sentieri dalla costa verso Karfi, Gasi, Vrysinas, Petsofas, Traostalos o fino alla caverna di Chosto nero del monte Luktas erano sassosi, instabili, sciolti in alcuni posti, nebbiosi a volte. Non importava.

Come immaginare che trasportassero i loro fardelli dentro dei sacchi bianchi robusti e leggeri fatti da vele riciclate. D’altronde la trama di queste vele era carica dei suoni del Mediterraneo, dello iodio sparso negli spruzzi, del canto dei cetacei innamorati come quello dei marinai alla manovra anche, gli appelli sommersi dei naufraghi; nella trama di vele più leggere, il fruscio di una nuova luna. (*)

Ma gli idoli di argilla blu, il miele di timo (Thymus capitatus) e i frutti rossi, a credere alle vestigia archeologiche, non bastavano.
Alcuni Minoici avevano insistito per portare lassù porzioni del loro giardino: piante intere, vive, con il loro apparato radicale, i funghi e tutte le piccole creature che vivono insieme ; tra questi arbusti come il mirto sacro (Myrthus communis), antico albero di Afrodite, i vitigni di Vitis vinifera che più tardi daranno il loro sapore alla Malvasia, il vino dei Veneziani di Candia.

Tuttavia, due scuole discutevano: una sulla necessità dello sforzo degli uomini ma che imponeva un trapianto ai vegetali e l’altra, sulla possibilità di seminare lassù dentro le borse, per attivare sul posto l’incanto della germinazione, rendere le piante vigorose senza alterare l’equilibrio locale dei selvatici.

I Minoici non giocavano con la fine del mondo, quindi tutti, grazie ai giochi, alle feste, agli sforzi e alle offerte, rafforzerebbero i legami che uniscono gli astri- l’aria- il mare- le pietre- l’argilla- gli esseri animati da un flusso misterioso e i grifoni, figure immaginarie che esistono negli affreschi dei palazzi e nello spirito degli artisti.

Per questo oggi ancora, nessuna borsa è troppo piccola per accogliere un “giardino ditteo”: un po’ della macchia minoica o allora un po’ del deserto di Georgia O’Keeffe o di un orto di Kyoto o ancora un prato di fiori deliziosi che rende allegri e piacciono agli dei.

(*) Basterebbe crederci per sentire i suoni del Mediterraneo.

PLC 30.03.23 per Relations de voyages

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